L’assassina

ALEXANDROS PAPADIAMANDIS
Traduzione di Francesco Màspero

L’anziana Frangojannù si guadagna da vivere come esperta di pozioni medicamentose nell’iso­la egea di Skiathos, all’inizio del Novecento. Profonda conoscitrice del destino crudele che attende le donne nella comunità tradizionale della sua isola, non esita a levare un vibrante atto d’accusa contro le convenzioni sociali e contro Dio stesso, per amore della libertà e della dignità individuale. Con una tensione morale che ricorda Dostoevskij, l’autore si confronta con il Male, con l’abisso dell’anima umana, e Frangojannù si imprime nella coscienza del lettore alla pari delle grandi figure femminili della tragedia antica. E come nell’antica tragedia, la catarsi giunge con la morte, da sempre sigillo di dannazione o di sublimazione apposto sulle vite irripetibili di chi ha osato sfidare ogni legge divina e umana.

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Alexandros Papadiamandis
Peso 0.240 kg
Dimensioni 13 × 20.5 cm
Author

Alèxandros Papadiamandis

ISBN

978-618-5048-46-4

Pages

176

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1.

Sdraiata accanto al focolare, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata allo stipite del camino, la vecchia Chadula, che tutti chiamavano Frangojannù, non dormiva, ma sacrificava il sonno presso la culla della sua nipotina ammalata. La madre della neonata s’ era da poco assopita nel suo misero giaciglio posto sul pavimento.
II piccolo lume appeso alla cappa del camino mandava una luce tremula che gettava lunghe ombre sopra le povere masserizie, facendole apparire più pulite e decenti di quanto fossero in realtà. I tre pezzi di legna bruciacchiati e il grosso ciocco al centro del focolare producevano mol­ta cenere e poca brace, sprigionando a tratti una fiamma il cui crepitare faceva ricordare alla vecchia, nel dormiveglia, Kriniò, la minore delle sue figlie, che in quel momento non c’ era, ma che se fosse stata lì con lei nella stan­za avrebbe mormorato con la cadenza di una filastrocca: «Se è un amico sia felice, se è un nemico crepi…⁠» Chadula, soprannominata Frangojannù, era una donna di circa sessant’ anni, ben piantata, dai lineamenti marcati, con portamento mascolino e due baffetti che le spuntavano agli angoli delle labbra. Nel corso delle sue riflessioni ricapitolava tutti gli avvenimenti della sua vita e si convinceva che lei non aveva fatto altro che servire gli altri. Da bambina era stata la serva dei suoi genitori, poi, divenuta adulta, dopo il matrimonio, del marito. E poiché lei aveva un carattere forte mentre lui era un debole, oltre che da serva le era toccato di fargli anche da tutrice; dopo la nascita dei figli era diventata la serva dei figli e infine dei nipoti. La bimba a cui accudiva era nata da due settimane e la madre, Delcharò, la figlia maggiore di Chadula, l’   aveva partorita con fatica. Dopo appena dieci giorni dalla nascita avevano dovuto battezzarla in fretta perché stava molto male: la pertosse le procurava quasi le convulsioni. Appena ricevuto il battesimo, pareva che si fosse un pochino ripresa perché la prima sera la tosse era diminuita. Per molte notti Frangojannù non aveva chiuso occhio, le era mancato persino il conforto del dormiveglia. Aveva vegliato accanto alla culla di quella creaturina che non poteva immaginare quali disagi procurasse agli altri e quali atroci sofferenze avrebbe lei stessa provato, se fosse sopravvissuta. Né avrebbe potuto certamente capire quale fosse il significato di quella domanda che sua nonna, lei sola, formulava nel segreto della sua coscienza: «Dio mio, che bisogno c’ era di farla venire al mondo?»
La vecchia la ninnava. Avrebbe potuto comporre un romanzo rammentando le pene che aveva sofferto nella vita. Le notti precedenti, per la verità, il ricordo dei patimenti trascorsi l’aveva quasi fatta uscire di senno. Sotto forma d’immagini, scene e visioni, riviveva nello spirito tutta la sua esistenza, inutile, vana e opprimente. Suo padre era stato un uomo economo, infaticabile e saggio. La madre invece era una donna empia e malvagia, tutta piena d’invidia. S’intendeva di magia ed era una delle streghe di quel tempo. I kleftes, i prodi guerrieri di Karatassos di Gatsos e degli altri capi partigiani della Macedonia, le avevano dato la caccia più di una volta, perché, a causa di una fattura, le loro imprese non avevano successo. Per tre mesi, infatti, erano rimasti inoperosi e non avevano potuto rifornirsi depredando i Turchi o i Cristiani. Né avevano ricevuto alcun aiuto dal governo di Corinto.
Un giorno le avevano dato la caccia lungo il pendio che va dalla cima di Sant’ Atanasio fin giù all’ altopiano del Profeta Elia, là dove s’innalzano platani giganteschi e scorre una fonte ricca d’acqua. In seguito l’ avevano inseguita da quella località fino a Merovili, sulla costa della montagna, fra boschi e brughiere. La fuggitiva aveva cercato di nascondersi in una macchia profonda, ma i kleftes non si erano lasciati ingannare. Era stata tradita dal fruscìo delle foglie e dei rami, e dal suo stesso tremore, che si comunicava anche ai cespugli. Udì allora un urlo feroce: «Finalmente ti abbiamo acciuffato!»
Ma lei aveva spiccato un gran salto in mezzo ai cespugli e s’ era messa a correre come una tortora impaurita, facendo svolazzare le ampie maniche bianche del vestito. Ma per lei non c’ era più scampo. Durante l’inseguimento precedente era riuscita a nascondersi giù a Pyrghì, ch’ era un vero dedalo di sentieri. A Merovili invece non c’ erano né viottoli né labirinti, ma soltanto gruppi d’alberi e impervie boscaglie sparsi qua e là. Delcharò, la madre di Frangojannù, era allora molto giovane e saltava da un cespuglio all’altro come un capriolo. Era scalza perché già da tempo si era liberata delle pedule, una delle quali era stata presa come trofeo dai suoi inseguitori. Le spine le si conficcavano nei talloni e nelle piante dei piedi facendoglieli sanguinare. Fu allora che, disperando della salvezza, le venne un’ispirazione. Da quella parte del bosco, sulla costa della montagna, c’ era un oliveto, l’unico rimasto, coltivato con cura e chiamato il Pino dell’uomo della Morea. Il vecchio della Morea, ossia il nonno dell’attuale proprietario, era emigrato da Mistràs in questi luoghi verso la fine del secolo scorso, al tempo della Grande Caterina e dell’ammiraglio Orloff. Il pino famoso si ergeva in mezzo agli olivi come un gigante fra i nani. Quell’albero millenario era stato scavato alle radici, ai piedi del gigantesco tronco, ed era così largo che neppure cinque uomini sarebbero riusciti ad abbracciarlo. Per appropriarsi di quell’abbondante riserva di legno resinoso, i pastori e i pescatori lo avevano perforato, ne avevano scavato il cuore e avevano penetrato le viscere. Ma il pino, a dispetto della tremenda e profonda ferita che era stata inferta al suo corpo, sopravvisse per altri tre quarti di secolo, fino al 1871. Nel luglio di quell’anno gli abitanti della zona costiera, a molte miglia di distanza, sentirono una violenta scossa di terremoto: in quella notte il gigante era piombato a terra. Fu proprio entro quella cavità abbastanza ampia da offrire comodamente alloggio a due uomini che andò a nascondersi Delcharò, a quel tempo ancora fresca sposa. Il suo era un tentativo quasi puerile, disperato. Ci voleva uno sforzo di fantasia per credere di poter rimanere nascosta lì dentro senza esser vista. In questo modo si comportano soltanto i bambini quando giocano a nasconderello. I suoi inseguitori l’avrebbero certamente vista, avrebbero senza dubbio scoperto il suo rifugio, che era invisibile soltanto di spalle, ma non di fronte. Appena i tre kleftes avessero oltrepassato il pino l’avrebbero scorta e allora per lei, inchiodata dentro quel nascondiglio, non ci sarebbe stato più scampo. I tre uomini si misero a correre, la oltrepassarono senza accorgersene e continuarono a correre: due di loro non si voltarono neppure indietro a guardare, pensando che la ragazza fosse davanti a loro. Soltanto il terzo, all’ultimo momento, si voltò come assalito da un dubbio e si diede un’ occhiata alle spalle, ma senza guardare il tronco del pino. O meglio lo guardò, ma senza cercare, senza immaginare che il tronco avesse una cavità dentro la quale si poteva nascondere una persona. E seppure lo immaginasse, in quel momento non vi fece caso, gli importava di sapere, piuttosto, quale improvvisa voragine l’avesse completamente ingoiata. Infatti non vedeva nessuna piega nel terreno dove la ragazza avrebbe potuto nascondersi. Le driadi, le ninfe dei boschi, forse da lei invocate durante le sue pratiche magiche, avevano voluto proteggerla rendendo ciechi i suoi inseguitori e spargendo sui loro occhi una caligine verdastra, del colore dell’erba. E così la ragazza poté salvarsi dalle loro grinfie e continuare a esercitare le sue arti magiche contro i kleftes di modo che quelli non ebbero più la possibilità di far bottino da nessuna parte, finché il Padreterno sistemò ogni cosa e il sultano Mahmud donò quelle Isole del Diavolo alla Grecia. Ma a partire da quel momento esse cessarono di esser esenti da imposte e se prima erano vittime dei saccheggi, adesso erano sottoposte al fisco. Da allora il popolo eletto continua a lavorare per il ventre insaziabile del governo centrale, «che non ha orecchi».

A quel tempo Chadula, soprannominata Frangojannù, era soltanto una bambina ma conosceva bene tutte queste vicende grazie ai racconti della madre. Poi, a diciassette anni di età, dopo la normalizzazione politica (all’epoca del governatore Capodistria), i suoi genitori la diedero in moglie a Jannis Frangos, che in seguito lei soprannominò «Berretto» e «signor Addizione». Questi due nomignoli non glieli aveva appioppati senza ragione. «Berretto» lo chiamava ancora prima di sposarlo e lo diceva con ironia, spinta da quella malizia che è così comune nelle adolescenti (non immaginava che il destino glielo serbava per marito) poiché invece del fez portava una specie di berretto lungo lungo con una corta nappina di color rosso ruggine. Più tardi, quando divenne sua moglie, lo soprannominò «signor Addizione» perché lui aveva l’abitudine di usare la frase «tutto sommato» e anche perché non era capace di fare la somma del magro salario che riceveva o di contare due giornate di lavoro. Se non ci fosse stata lei, lo avrebbero imbrogliato ogni giorno, perché non gli calcolavano mai esattamente le ore di lavoro a bordo delle navi o nel carenaggio, o al cantiere dove lavorava come carpentiere o come calafato. Era stato per lungo tempo allievo e apprendista del padre di Chadula, che esercitava lo stesso mestiere. Costui vedendolo così semplice, parsimonioso e modesto, cominciò a stimarlo e decise poi di farne suo genero. In dote gli diede una casa abbandonata e fatiscente, situata nell’antica Cittadella che era stata abbandonata nel 1821. Vi aggiunse anche l’Orto (così lo chiamavano) che si trovava poco lontano dalla Cittadella, su una costa dirupata e distante tre ore di cammino dalla città attuale. Gli diede inoltre un pezzetto di terra piccolo piccolo, di cui il vicino rivendicava il possesso. Invece gli altri vicini sostenevano che i due campi (quello del padre di Chadula e quello del vicino contestatore) appartenevano di diritto a una confraternita di monaci che ormai s’ era era sciolta, e che di conseguenza gli attuali proprietari erano degli abusivi. Era questa dunque la dote che il vecchio Statharòs aveva dato a Chadula, che del resto era la sua unica figlia. Invece le due case di recente costruzione, situate nella parte nuova della città, le due vigne, i due oliveti, alcuni campi e tutto il denaro liquido li aveva riservati per sé, per la moglie e per il figlio maschio.

I ricordi di Frangojannù erano arrivati fino a quegli eventi tanto lontani, in quella notte, che era ormai l’undicesima dal parto di sua figlia. La bimba era di nuovo peggiorata e soffriva terribilmente. Era venuta al mondo già inferma: il male la stava consumando fin da quando era ancora nel grembo materno… Proprio in quel momento la tosse convulsa della piccola interruppe i sogni a occhi aperti e i ricordi della nonna. Chadula si alzò dal misero giaciglio su cui s’ era distesa e chinandosi sulla culla della bimba cercò di alleviarle il male con qualche palliativo. Avvicinò una boccetta alla luce della lampada e cercò d’introdurre fra le labbra della piccola una cucchiaiata di quella pozione. La neonata assaggiò il liquido ma lo sputò dopo qualche istante.
La puerpera si mosse sul suo lettuccio: non dormiva, evidentemente, ma s’ era soltanto assopita e teneva le palpebre chiuse. Aprì gli occhi e sollevandosi appena sopra il guanciale, domandò:
«Come va, mamma?»
«Come vuoi che vada?», rispose la vecchia con durezza: «Non agitarti anche tu adesso!… Non fa che tossire, è naturale».
«Che cosa ne pensi, mamma?»
«Che cosa dovrei pensare? Che è soltanto una neonata… una creaturina innocente in più venuta al mondo!», aggiunse la vecchia con uno strano tono di voce, pieno di asprezza.
Poco dopo la puerpera tornò ad addormentarsi più tranquilla. La vecchia, invece, riuscì a chiudere occhio soltanto all’alba, al terzo canto del gallo. Fu svegliata dalla voce di sua figlia Amersa, che era giunta di buon mattino dalla casupola accanto ed era impaziente di sapere come stessero la sorella e la bimba, e come avesse passato la notte sua madre. Amersa, la secondogenita, era nubile e ormai non c’ era speranza che potesse sposarsi. D’altro canto era una donna molto industriosa e celebre per la sua abilità di tessitrice. Aveva la carnagione scura, era alta di statura e con un aspetto mascolino. Era stata lei stessa a ricamarsi e confezionarsi il corredo, che giaceva ormai da anni in una cassapanca di legno grezzo, rosicchiato dai tarli e dai topi.
«Buongiorno… Come state?… Come è andata?»
«Sei tu, Amersa? Be’, anche questa notte è passata».
La vecchia s’ era appena svegliata e balbettava strofinandosi gli occhi. Dal piccolo vano contiguo si udiva un rumore. Era Costantino Trachilis, detto Dandìs, il marito della puerpera, che dormiva oltre la sottile parete di legno, accanto a un’  altra figlia e a un figlio, entrambi in tenera età. S’ era appena svegliato e aveva cominciato a raccoglie­re gli attrezzi da lavoro: le asce, le seghe e le pialle. Si preparava ad andare al cantiere per dare inizio alla sua attività quotidiana.
«Ma senti un po’ che baccano!», esclamò la vecchia. «Non può raccogliere i suoi arnesi senza fare tutto questo fracasso? Chi lo sente si domanderà che diavolo sta succedendo!»
Il rumore degli attrezzi gettati a uno a uno da Dandìs dentro la sua bisaccia svegliò anche la puerpera, sua moglie.
«Che cosa succede, mamma?»
«Che vuoi che succeda? È Costantino che sta buttando i suoi arnesi nella borsa!», rispose la vecchia con un sospiro.
Da dietro il sottile paravento si udì allora la voce di Dandis:
«Vi siete svegliata, suocera… com’ è andata stanotte?»
«Come vuoi che sia andata! Piuttosto, vieni a bere il tuo rakì».
Dandìs comparve sulla soglia della camera. Era un uomo dal volto quasi imberbe, con un torace molto ampio e un corpo sgraziato. La suocera diceva che «era maldestro». Frangojannù indicò ad Amersa la bottiglia del rakì, posta su un piccolo ripiano sopra il camino, e le fece segno di versarne un bicchierino al genero.
«Non ci sarebbe per caso anche un fico?», domandò lui prendendo il bicchierino dalle mani della cognata.
«Ci mancavano anche i fichi!», rispose la vecchia. «Non bastano tutti i soldi che abbiamo speso in questi giorni?», aggiunse alludendo allo sperpero che di solito avviene anche nelle famiglie più povere in occasione di «fausti eventi» come la nascita di una figlia.
«Peggio per te, che ti è venuta voglia di avere un genero», commentò Amersa.
«Un genero ma che genero!», scherzò Dandìs, che brin­dò alla salute dei presenti bevendo d’un fiato il suo bicchierino di rakì.
«A questa sera!», disse caricandosi la bisaccia sulle spalle per andare al cantiere.